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Tour virtuale tra i monumenti
e i luoghi caratteristici di Albano Laziale

 

Tour virtuale tra i monumenti
e i luoghi caratteristici di Albano Laziale

Sepolcro a torre
Sulla sinistra della Via Appia, appena entrati in Albano, si possono vedere i resti di un maestoso sepolcro a pianta quadrata di 10,50 metri per lato, alto circa 45 metri e articolato su tre piani, costituito da parallelepipedi degradanti e sovrapposti, in opera cementizia rinforzata da blocchi di marmo e peperino messi per testa. Forse in origine la superficie esterna era ricoperta da una cortina in marmo o in pietra albana. Questa costruzione funeraria, una tra le più alte e maestose della Via Appia a noi pervenute, è stata per tantissimi anni attribuita a Gneo Cornelio Pompeo, la cui villa è adiacente a tale sepolcro. Gli ultimi studi escludono tale ipotesi.
Questo sepolcro compare in moltissime stampe d'epoca in quanto era a fianco di Porta Romana che sino all'inizio del '900 rappresentava l'imponente portale d'ingresso alla città per i viandanti provenienti da Roma.
Villa Altieri
Edificata nei primi anni del Settecento dal cardinale Lorenzo Altieri, sui resti di un antico casale di proprietà dei Savelli, Villa Altieri conserva ancora le sue linee originali come testimonia un dipinto del XVIII secolo visibile nelle sale interne. Per la realizzazione della villa, gli Altieri si avvalsero di un architetto della cerchia di Carlo Fontana, o comunque gravitante nell'ambito di una produzione stilistica tardo barocca.
Il palazzo è articolato in due edifici indipendenti. Dall'imponente portale si accede sul cortile antistante il palazzo: una scalinata a doppia rampa immette nel salone. Al centro della rampa è posta una fontana fiancheggiata da due capitelli corinzi di età romana. A sinistra la struttura si sviluppa in un corpo a torretta, nel quale si apre l'androne di accesso per le carrozze che conduce alla zona agricola e al secondo edificio. Sebbene nella villa sia assente un ciclo pittorico vero e proprio, si segnalano comunque le belle volte dipinte con effetti di sfondato e voli di uccello. Rifinite sono le fatture degli stucchi che ornano le scale e la deliziosa cappella interna.
A fianco della villa si estende il parco privato degli elementi decorativi che un tempo la decoravano. Delle quattro grandi vasche originarie ne rimangono soltanto due.
La villa, venduta alla fine dell'Ottocento, passò per varie mani sino alla recente ristrutturazione che l'ha trasformata in un albergo di lusso, pur mantenendone intatte il fascino e la bellezza di una residenza d'epoca.
Piazza Mazzini
L'ingresso alla città di Albano avviene attraverso Piazza Mazzini realizzata nel primo dopoguerra quando furono abbattuti i resti di Palazzo Doria che si trovava sul lato occidentale della piazza verso Villa Doria-Pamphilj . L'edificio, risalente al secolo XVII, era collegato al vasto parco retrostante. Il bombardamento anglo-americano del 1 febbraio 1944 portò la distruzione totale della palazzina di Villa Doria, le cui macerie vennero quindi completamente rimosse creando la piazza come è attualmente conformata.
Sino ai primi del Novecento si entrava ad Albano attraverso Porta Romana che fu purtroppo abbattuta nel 1916 per permettere il passaggio della linea tranviaria (la lapide collocata sopra la Porta è oggi posta nell'atrio del piano terra di Palazzo Savelli). La magnifica porta, innalzata nel Seicento dai Savelli e poi rifatta ex non nel 1713 sui disegni di Juvarra, era posizionata tra il palazzo Doria e la chiesa di San Rocco, quest'ultima particolarmente amata dagli albanensi, che dava il nome alla zona, conosciuta come Borgo S. Rocco. La chiesa, eretta come ex voto nel 1662 da Giulio Savelli - ultimo feudatario di Albano - fu ampliata e restaurata nel 1727 per poi essere demolita negli anni Trenta per realizzare la piazza d'ingresso della città. Piazza S. Rocco era il luogo dove erano maggiormente concentrate le locande e gli alberghi della città e questo luogo, stipato sino all'inverosimile da villeggianti nell'estate del 1867, ebbe il triste ruolo di essere stato il focolaio dell'epidemia di colera scoppiata nell'agosto di quell'anno.
Villa Doria-Pamphilj
La magnifica villa che s'incontra arrivando ad Albano, oggi parco pubblico, era nel I secolo a.C. una villa nobiliare suburbana appartenuta al console Gneo Pompeo Magno e poi il prestigioso parco della villa dei principi Doria.
Edificata dal cardinale Fabrizio Paolucci nel XVIII secolo, fu acquistata in seguito dalla famiglia Doria, che fece edificare la palazzina su via Appia e curò la sistemazione del vasto parco. Dentro villa Doria si accampò un distaccamento della divisione di Fanteria "Piacenza", dispersa poi dai tedeschi il 9 settembre 1943. La palazzina della villa, colpita dai bombardamenti alleati del 1º febbraio 1944, venne rasa al suolo nel 1951 dal comune di Albano, ed oggi nel sito della palazzina si apre la vasta piazza Mazzini. La villa diventò parco pubblico, uno dei più vasti dei Colli Albani. Di grande impatto scenico sono i magnifici giardini all'italiana posti all'ingresso principale della villa, mentre particolarmente caratteristica e l'ampia pineta alla quale si accede attraverso il lungo viale dell'entrata secondaria. Al centro della villa affiorano i resti di strutture romane, convenzionalmente attribuite ad una villa romana di proprietà di Gneo Pompeo Magno. Oggi Villa Doria, con gli ampi viali ombreggiati, le fontane, gli impianti sportivi e un ristorante-pizzeria, è il luogo di ritrovo privilegiato degli albanensi, sede di spettacoli, di feste popolari e di incontri pubblici.
Villa di Gneo Pompeo Magno
La villa fu costruita nell'Albanum con grande sfarzo da Pompeo, tra il 61 ed il 58 a.C., con il ricco bottino proveniente dalla guerra mitridatica. Dal figlio Sesto, che la ereditò, la villa passò nelle mani di Dolabella e quindi nel patrimonio dell'imperatore Augusto e dei suoi successori.
I ruderi, ancora maestosi, (si conserva tutto il piano terra), occupano un'estensione di ben 340 m. di lunghezza e 260 di larghezza, pari a 9 ettari di superficie. Le strutture murarie mostrano quattro fasi costruttive relative ad ampliamenti, ristrutturazioni e restauri. Il corpo centrale della villa, rivolto verso il mare, si elevava su di una platea artificiale e raggiungeva i tre piani di altezza.
Ninfei, criptoportici, costruzioni anche isolate, abbellivano la villa assieme a numerose e preziose statue, decorazioni in terracotta policroma, fontane e giardini.
Famosi, tra i reperti rinvenuti tra il 1700 ed il 1800, sono l'ara marmorea sulla quale sono scolpite le fatiche di Ercole (Musei capitolini), il gruppo di due centauri in marmi policromi e il Bacco barbato oggi nel Museo dei Doria Pamphilj che all'epoca possedevano in Albano un palazzo e il parco ove affioravano i resti della Villa Imperiale. Altri importanti reperti della villa romana sono oggi conservati nel Museo Civico Albano.
Sepolcro di Gneo Pompeo Magno
Dalle fonti storiche (Plutarco) sappiamo che Pompeo fece seppellire nell'Albanum, dove possedeva una grandiosa villa, la quarta moglie Giulia e che qui Cornelia, sua quinta moglie, fece trasportare e seppellire nella tomba di famiglia, anche le ceneri di Pompeo, morto in Egitto. Secondo vari studiosi le strutture funerarie della metà del I sec. a.C. che potrebbero aver custodito le ceneri di questo grande personaggio sono essenzialmente tre: la così detta tomba degli Orazi e Curiazi, il torrione posto sul ciglio sinistro della Via Appia, poco prima di entrare in Albano e il sepolcro ipogeo posto a destra dell'Appia tra Corso Matteotti e via A. Costa.
Per la maestà, l'ubicazione (nei pressi della proprietà di Pompeo) e per la datazione dell'opera, sembrerebbe che il sepolcro ipogeo sito in via Costa sia il più plausibile.
Il sepolcro è scavato in parte nella viva roccia: esso è costituito da un lungo dromos di circa 58 piedi romani (pari a m. 17,15) con pareti in opera reticolata e volta a botte che immette in una cella monumentale alta 5 metri e realizzata completamente in un'opera quadrata perfetta. La cella è costituita da due ambienti rettangolari; l'unione di questi ambienti, con volta a botte, dà luogo a tre nicchie di dimensioni pressoché identiche che, con l'inserimento del dromos, formano una pianta a croce latina il cui braccio lungo è costituito dal dromos stesso.
Nella cella, a circa 2 metri dal suolo, corre un'elegante cornice aggettante in peperino costituita da un listello e da una gola dritta.
Il grandioso monumento funerario, pur nella sua solenne austerità, ben si addice ad un personaggio di primo rango della Roma repubblicana come Pompeo detto Magnus, il Grande.
Chiesa di San Pietro Apostolo
La chiesa di San Pietro risale alla prima metà del VI secolo. Fu fatta costruire da Papa Ormisda, tra il 514 e il 523, sui resti di una grande aula di forma rettangolare (m. 38 x 11,50) delle terme di Caracalla.
Il portale d'ingresso è posto sul lato destro della chiesa che riusa come stipiti di porta due frammenti di trabeazione romana. Cinque finestre strette in stile romanico completano la facciata principale. Sul lato sinistro sono visibili possenti arcate della costruzione romana e un piccolo portale secondario. Sui lati corti sono posti due ingressi, di cui quello usato in epoca rinascimentale murato all'interno.
L'imponente copertura è a capanna, con capriate lignee a vista. Il campanile romanico, a pianta quadrata, addossato alla chiesa, è stato costruito nel XII secolo. E' composto di sei piani di cui due senza ornamenti sormontati da altri quattro divisi da una triplice cornice con finestre sulle quattro facciate. Nel terzo e nel quarto piano le finestre sono binate con arco a tutto sesto, mentre nel quinto e sesto sono bifore.
Sul retro della chiesa vi era la cappella di iuspatronatus della famiglia Savelli, feudataria del luogo, che dal XV secolo fino al 1697 impose sulla chiesa la propria protezione. I Savelli entrarono in possesso dell'antica chiesa nel 1440 e nella cappella, oggi distrutta, vi seppellirono alcuni loro familiari. Le tombe principesche sono ora visibili nell'interno della chiesa; qui sono conservate, trasformate in altari o balaustre, anche stupende trabeazioni marmoree di età severiana.
La chiesa fu oggetto di numerosi restauri; il primo fu effettuato nel tardo medioevo (XII secolo), mentre nel XIV secolo si effettuarono una serie di modifiche, delle quali ancora oggi rimangono tracce, come ad esempio l'arco ogivale a due spioventi con mensole e colonne di marmo, posto sopra una porta del lato occidentale della chiesa.
Alcune delle pareti conservano ancora pregevoli affreschi, come quello posto in una nicchietta della Vergine del Segno di età bizantina e quello più grande, raffigurante Santa Margherita e Sant'Onofrio, databile all'incirca tra il XIII secolo e il XIV secolo d.C..
Pregevoli risultano essere anche la grande pala dell'altare del XVI secolo, raffigurante la consegna della chiavi a San Pietro e gli stendardi settecenteschi.
La chiesa è un mirabile esempio dell'architettura medievale di Albano che riutilizzava non solo i tracciati perimetrali del Castrum Severiano ma anche materiali e frammenti architettonici delle antichità romane non ancora sentite come "rovine" da preservare.
Terme di Caracalla
Questo imponente complesso edilizio, realizzato in opera cementizia, rivestita da un'elegante cortina laterizia rossastra, fu fatto costruire dall'imperatore Caracalla per aggraziarsi i soldati della Legio II Partica, fedeli alle volontà testamentarie dell'imperatore Settimio Severo, in rivolta dopo l'uccisione del fratello Geta.
Infatti, quando Settimio Severo morì il 19 dicembre 211 a York (odierna Inghilterra del nord), i suoi figli, Caracalla e Geta, furono proclamati insieme imperatori e ritornarono a Roma, ma l'anno seguente Geta venne ucciso da suo fratello Caracalla tra le braccia della madre Giulia Domna. Dopo l'assassinio di Geta, Caracalla infangò la sua memoria ed ordinò che il suo nome fosse rimosso da tutte le iscrizioni e con l'aiuto dei soldati a lui fedeli si sbarazzò dei suoi nemici politici. Le fonti riferiscono che in questo periodo furono uccise o proscritte circa 20.000 persone.
La pianta del complesso termale è quadrangolare, con torri-contrafforti negli spigoli. L'alzato era costituito da tre piani di cui quello inferiore con funzione di sostruzione e adibito ad ambiente di servizio, mentre gli altri due piani si articolavano in grandi aule ariose e vaste, pavimentate con marmo e mosaico e provviste di grandi finestroni sormontati da arcate.
L'antico edificio, trasformato nel medioevo in roccaforte, fu, nel corso dei secoli, utilizzato dalla popolazione per realizzare abitazioni private che portarono alla nascita del quartiere di Cellomaio.
Quartiere di Cellomaio
Il quartiere di Cellomaio è uno dei luoghi più caratteristici di Albano, nato nel corso del Medioevo quando vennero costruiti una serie di edifici, tra cui la chiesa di San Pietro, utilizzando le mura delle Terme di Caracalla. Il nome Cellomaio deriva, con ogni probabilità, da una corruzione di cella major, parole riferite alla vastità e all'altezza degli ambienti delle terme sulle quali è sorto. La peculiarità del quartiere sta nel fatto che sorge là dove c'erano le sale delle terme, con le vecchie mura di epoca romana utilizzate come sostegno di nuove abitazioni.
Gran parte delle antiche terme sono oggi occupate dal convento delle Suore Oblate di Gesù e Maria (conosciute dagli albanensi come "le monachelle") famoso ad Albano perché i suoi istituti scolastici operano sin dal lontano 1745 . All'interno del convento si trovava l'antico ipocausto, ovvero l'impianto di riscaldamento dell'acqua delle terme, mentre sul lato verso l'attuale via Volontari del Sangue, dove il forte declivio del terreno permetteva la costruzione di più piani, le terme erano probabilmente suddivise in due piani: al piano terra si trovavano i grandi ambienti di servizio, che si estendevano verso la via Appia Antica includendo anche l'aula attualmente occupata dalla chiesa di San Pietro, mentre al primo piano si trovavano altri locali coperti da volte a botte. Tra i resti sotterranei all'interno del quartiere, è presente un tratto di pavimento a tessere musive bianche in via Cellomaio, che continua seppur ad un livello superiore 1.50 metri al di sotto del piano dell'attuale sagrestie della chiesa di San Pietro.
Piazza dell'Ospedale di Cellomaio
L'odierna Piazza Maddalena Maggiori (albanense di nascita che nel 1745 fondò l'istituto delle Oblate di Gesù e Maria per offrire una scuola gratuita alle fanciulle del paese) era, in origine, la Piazza dell'Ospedale. Lo spazio di questa piazzetta è oggi delimitato dalla chiesa delle Oblate, consacrata nel 1736, dal monastero, risalente al 1735 allorquando Pietro Paolo Marvilio - amministratore dei beni della Camera Apostolica - donò alla Maggiori la sua residenza privata che si era fatto costruire inglobando le mura delle Terme di Caracalla. In questa piazzetta affacciava anche l'ospedale del paese che nel 1639 era stato spostato qui da Piazza delle Monache (l'attuale Piazza Pia) poiché questi locali erano stati acquistati per 200 scudi dalla principessa Caterina Savelli per annetterli al convento delle Farnesiane. L'ospedale di Cellomaio, composto da due soli stanzoni, rimase nel Borgo per ben due secoli (sino al 1835) finché, diventato assolutamente inadeguato per la popolazione di Albano e all'interno di una stabile in pessime condizioni igienico-sanitarie, l'allora vescovo Costantino Patrizi Naro propose di edificare un nuovo ospedale che fosse in grado di soddisfare le esigenze dei cittadini di Albano. La scelta cadde su un vecchio edificio sito in Via S. Francesco e appartenente alla prelatura Doria Pamphilj. Il nuovo nosocomio, chiamato Pio Stabilimento dell'Ospedale de' Poveri, fu progettato dall'architetto Andra Busiri e fu inaugurato il 4 giugno 1865 dal nuovo vescovo Altieri. La direzione sanitaria fu affidata alle suore di San Giuseppe, da cui prese la nuova denominazione. Il presidio ospedaliero rimarrà in via S. Francesco sino alla metà degli anni Settanta, allorquando venne trasferito nella sede odierna dell'Olivella.
Museo della Legione Partica
Il Museo è dedicato alla Seconda Legione Partica creata, insieme alla Prima e alla Terza, dall'imperatore Settimio Severo tra il 196 e il 197 d.C. per combattere il bellicoso popolo dei Parti. La Seconda Legione Partica viene stanziata ad Albano, a poche miglia da Roma, nel 202 d.C. ove viene edificato il suo accampamento stabile. La sede del Museo occupa, significativamente, alcuni ambienti molto suggestivi delle Grandi Terme fatte costruire per i soldati della Legione dall'imperatore Caracalla, figlio e successore di Settimio Severo. L'esposizione museale inizia con una fedele ricostruzione dell'armamento e dell'abbigliamento delle principali figure militari della Seconda Legione Partica che scaturisce da un approfondito studio di archeologia sperimentale. La seconda sala è dedicata ai castra Albana con fotografie e testi che illustrano gli edifici che facevano parte dell'accampamento. Le due sale seguenti documentano la vita quotidiana dei legionari: utensili e altri oggetti da cucina, anfore per il vino e l'olio, diverse tipologie di lampade e di monete. Particolarmente interessanti le tessere di piombo, che venivano usati come biglietti per partecipare agli spettacoli che si svolgevano all'interno dell'anfiteatro, e le diverse tipologie di armi, come le "ghiande missili" di piombo. L'ultima sala è dedicata all'aspetto funerario come documentato dalla scoperta di ampie necropoli o singole tombe ritrovate in tutta l'area dell'odierna Albano. Infine, nella sala didattica, i visitatori possono toccare e indossare fedeli riproduzioni di equipaggiamento militare della legione e scoprire aspetti particolari della dura e disciplinata vita di un legionario romano.
Villa romana dei Cavallacci
La villa si trova tra via Verdi e via Mascagni, in un'area denominata "ai Cavallacci" in quanto nell'Ottocento qui c'era una scuderia di cavalli di proprietà del maestro delle poste. La residenza si collegava con la via Appia attraverso un diverticolo che si staccava dall'importante arteria poco prima del XV miglio. La villa, sorta alla fine dell'età repubblicana, come indicano sia le tecniche murarie che i mosaici geometrici a tessere bianche e nere, conobbe particolare splendore soprattutto in età tiberiana.
Alcuni interventi di restauro, tra cui il rifacimento dei pavimenti e intonaci, ed alcuni rinforzi murari testimoniano che la villa ebbe lunga vita e fu stabilmente abitata fino al V secolo. La quantità e la qualità dei materiali rinvenuti nel corso degli scavi ne hanno documentato la ricchezza, attribuendone la proprietà a membri della famiglia imperiale. Gli stessi scavi, ancora in corso, hanno restituito, oltre ad una serie di strutture murarie e di ambienti con pavimenti in mosaico e in marmi policromi, anche numerosi reperti tra i quali vanno citate le terrecotte architettoniche e la bella testa marmorea di Tiberio Gemello. I numerosi reperti provenienti dagli scavi sono visibili nel Museo Civico.
Nel medioevo alcuni ambienti vennero adibiti ad uso funerario per deposizioni multiple. Altri reperti, quali le ceramiche ottocentesche e del Novecento nonché gli insediamenti nelle antiche strutture da parte dei coloni per lo sfruttamento agricolo della zona, ci attestano una continuità di vita nel luogo.
I numerosi reperti provenienti dagli scavi, sono visibili nel Museo Civico Albano.
Piazza delle Tartarughe
La piazza, così chiamata dagli albanensi per l'omonima fontana realizzata nel 1932, in effetti si chiama Piazza Gramsci, già Piazza della Posta e poi Piazza Umberto I°. In questo slargo, incrocio tra la via Appia e la strada napoletana vecchia, vi era un cambio di cavalli, ossia una "posta", con relativa locanda che poi divenne il famoso Albergo della Posta dove soggiornarono famosi personaggi. In questa locanda soggiornarono gli artisti stranieri del Gran Tour, come Andersen, Blunck, Fearnley, Kuchler e tanti altri. Qui il poeta Gabriele D'Annunzio, sull'onda della tormentata storia d'amore con Barbara Leoni, ambientò l'alcova di Ippolita e Giorgio, gli amanti protagonisti del romanzo "Trionfo della morte".
Sempre in Piazza della Posta, come ricorda il Giorni, nel 1798 fu piantato "l'albero della libertà" durante l'occupazione francese.
Oggi Piazza delle Tartarughe è un piacevole luogo d'incontro e di gioco per i più piccoli, che si divertono bagnandosi a vicenda con l'acqua che sgorga dalla bocca delle quattro tartarughe della fontana, con uno splendido panorama sui giardini della stazione ferroviaria e sulla costa tirrenica.
Piazza della Fontanella e Piazza della Pescheria
Piazza della Fontanella (attuale Largo Farina) è un'antica piazzetta dell'Albano medievale all'incrocio tra la via Appia e la strada napoletana vecchia (l'odierna Via Trilussa) che prende il nome da una fontanella posto all'interno dello slargo. Da qui inizia Borgo S. Ambrogio con un'altra piazza storica di Albano: l'antica Piazza della Pescheria, oggi Piazza Giosuè Carducci, che tutti gli albanensi conoscono come la piazza delle promesse, in quanto è da sempre luogo privilegiato per i comizi elettorali. La piazzetta, in passato con una fontanella pubblica al centro, deve il suo toponimo originale alla pescheria della comunità di Albano il cui edificio, divenuto pertinenza della prelatura Doria Pamphilj, fu riedificato dal Busiri alla fine dell'Ottocento e adibito nel 1913 al mercato coperto.
Casino Poniatowskj (non più esistente)
Ad Albano chi osserva quell'anonimo stabile, posto all'inizio (per chi viene da Roma) di Via Borgo Garibaldi e che oggi ospita il teatro Alba Radians, non potrebbe mai immaginare che sia l'ultima e radicale trasformazione di un più nobile edificio, ricco di storia: il Casino Poniatowski . In origine il fabbricato si presentava come un lungo stabile rettangolare a tre piani, terminante ad elle, affacciato, nel lato est, sulla piazzetta dell'ex Porta della Stella, e ad ovest - tramite un gran giardino ricco d'aiuole - sulla "Strada Napoletana Vecchia", ossia l'odierna Via Trilussa. Il Casino era adiacente a un'altra illustre dimora: Villa Corsini. Il Casino Poniatowski, era un edificio, già appartenuto ai Peretti, ristrutturato nel 1805 dal nuovo proprietario il principe Stanislao Poniatowski. Quest'ultimo, avendo acquisite nella nostra zona parecchie proprietà - come, per esempio, l'intero Lago Albano, aveva voluto ad Albano questo palazzetto "per suo diporto" che aveva provveduto (specialmente negli interni) a sistemare dignitosamente sotto la guida del famoso architetto Valadier. Il principe era una personalità di grande fama, nipote del potente re di Polonia Stanislao II Augusto che congiurò contro lo zar Pietro III e la zarina Caterina II, alla quale era legato sentimentalmente, abdicando infine nel 1795 in seguito alla insurrezione polacca.
Ma tornando alla sua residenza ad Albano, è da ricordare che il Poniatowski vi aveva raccolto la nota ed importante collezione di gemme antiche, poi trasferita a Firenze, ed andata in seguito dispersa. La stessa dimora, fra altro, aveva visto la presenza di Giuseppe Gioacchino Belli, dal 1811 al 1813, nelle vesti di segretario del principe, incarico, purtroppo, che il poeta fu costretto ad abbandonare per contrasti con la compagna del Poniatowski. Lasciato dall'aristocratico polacco, il Casino di Albano dal 1834 divenne la dimora di un altro illustre personaggio, esule in terra straniera, quel Dom Miguel I di Braganza, zio e promesso sposo di Maria II, che, usurpato il trono alla nipote ed autonominatosi re del Portogallo, regnò dal 1828 al 1834, anno in cui fu cacciato. Costretto all'esilio fu - al pari di altri ex regnanti deposti - generosamente accolto dal Papa ed ospitato nella cittadina castellana. Ad Albano sarebbe rimasto sino al marzo del 1843, alternando, in una vita gaudente e disordinata, questa residenza con quelle di Palazzo Capponi a Via Ripetta e dell'ex Villa Corsini ad Anzio. Nel 1843 l'ex re del Portogallo abbandonò frettolosamente l'Italia, non prima di vendere il palazzetto a Filippo Giorni, per divenire nel 1849 il domicilio di Elisa, figlia del famoso scultore Thorvaldsen, e di Pietro Giorni, fratello di Filippo.
Villa Corsini
Edificata nella prima metà del Settecento, lungo la via Appia verso Ariccia, dalla famiglia Corsini, venne anche chiamata locanda reale per via dei molti ospiti illustri che ha ospitato. Il palazzo di tre piani, molto simile alla residenza romana dei Corsini, realizzata nel 1736 dall'architetto Fuga, presenta un portale fiancheggiato da due colonne che sostengono un piccolo balcone che immette a un androne, da cui si accede ai piani superiori e ad un luminoso piazzale recintato da una lunga balconata da cui si può ammirare il sottostante giardino, la campagna romana e la costa tirrenica. La balaustrata, nel profondo emiciclo centrale, è abbellita da una fontana fiancheggiata da leoni marmorei attribuiti alla scuola del Canova. Il sottostante giardino all'italiana, che si estende sino a via Trilussa (dove è presente un secondo ingresso alla villa), si articola in tre piani raccordati da doppie scalinate.
Palazzo Corsini (attuale Sede ASL), fu acquistato nel 1816 dai Borbone di Spagna - tramite donna Maria Isabella di Borbone, regina di Napoli ed erede di Carlo IV di Spagna - e divenne dapprima la residenza di Maria Luisa di Borbone, regina d'Etruria (Toscana) e successivamente del padre Carlo IV di Spagna che nel 1817 la restaurò completamente. Nel 1834, "col credito fruttifero di scudi 16000 a favore del precedente proprietario Don Tommaso Corsini", la villa fu venduta al ricco possidente albanense Filippo Giorni che la trasformò nella nota Locanda Reale (da qui Locanda Giorni) che tanti illustri ospiti accolse tra le sue mura come: Carlo Emanuele IV di Savoia e nel 1872, come ricorda la lapide marmorea murata sulla facciata, il generale Giuseppe Garibaldi.
Villa Venosa-Boncompagni
Edificata nel 1857 dalla famiglia Boncompagni, la villa ha l'ingresso direttamente sulla via Appia e all'interno, una terrazza balaustrata affaccia direttamente sul giardino. Il vanto di questa villa era il parco monumentale, progettato da Beniamino Mauri che aveva realizzato la grande Villa Ludovisi di Roma. A partire dal 1885, il principe di Venosa, Ignazio Boncompagni, si dedicò personalmente alla cura del parco di questa residenza di campagna, arricchendolo di piante esotiche e costruendo ben dodici serre. La più grande di queste serre e, in pratica, un fabbricato ornato da tredici arcate, chiuse a vetri, lunga 40 metri, larga 6 metri e alta poco meno di 6 metri. Per curare questo parco, vivevano e vi lavoravano ben 12 famiglie di giardinieri. Per avere un'idea della magnificenza di questo giardino, ormai scomparso, basta ricordare alcuni suoi numeri: 364 specie di orchidee in 3500 esemplari, 350 varietà di rose, 70 varietà di crisantemi e 50 varietà di garofani. Oggi, del palazzo in cui fu ospite più volte la regina Margherita di Savoia, non è rimasto praticamente nulla dell'antica magnificenza e il bellissimo parco è stato completamente lottizzato.
Sepolcro degli Orazi e dei Curiazi
Sulla via Appia, poco prima di arrivare ad Ariccia, troviamo un monumento particolarmente interessante, soprattutto per ciò che rappresenta da un punto di vista simbolico. Simbolico perché non è di epoca arcaica (VI-VII a.C.) come il nome potrebbe suggerire, ma tardo repubblicana, però ricorda le vicende degli Orazi e dei Curiazi che, come sappiamo, si perdono nelle origini leggendarie della città di Roma, quando al tempo di Tullo Ostilio, terzo re di Roma, gli abitanti di Albalonga e di Roma entrarono in conflitto. Gli storici romani raccontano che, poiché gli abitanti delle due città avevano lo stesso sangue, la guerra fu giudicata empia e si decise allora di scegliere tre campioni per ciascuna città che affrontandosi avrebbero deciso le sorti del conflitto. Roma scelse i tre fratelli Orazi e Alba Longa i Curiazi. La rocambolesca vittoria degli Orazi portò all'assoggettamento di Alba Longa allo Stato romano. Quando Alba Longa si rifiutò di aiutare Roma in un successivo conflitto, l'esercito di Tullo Ostilio distrusse la città e deportò gli abitanti sul Celio. Era il 658 a.C. Il monumento, che ancora oggi si erge maestoso e pieno di fascino per la sua storia, fatta di leggenda e un po' di mistero, costituisce un unicum per la sua architettura che trova riscontro nelle urne cinerarie etrusche di Volterra.
Come accennato la costruzione della tomba risale a epoca tardo repubblicana e non arcaica, lo zoccolo circolare è appena visibile, il nucleo è in calcestruzzo, particolare che ci aiuta nella datazione in quanto il calcestruzzo si diffuse solo nel II secolo a.C. Il mausoleo fu edificato quindi intorno alla prima metà del I sec. a.C. e alcuni studiosi recentemente ritengono che questo mausoleo costituisca una erudita ricostruzione della tomba di Arunte (morto nella battaglia di Aricia del 504 a.C. tra i Latini e gli Etruschi capeggiati appunto da Arunte) da parte dell'antica famiglia Arruntia che qui vicino aveva i suoi possedimenti.
La struttura presenta un gran tumulo di terra circondato da quattro grossi parallelepipedi di peperino da cui si ergevano quattro tronchi di cono sugli angoli e una torretta centrale. Quest'ultima, non è, come potrebbe sembrare, opera medioevale ma più antica e porta direttamente alla camera funeraria in basso, come del resto anche nel mausoleo di Augusto. Nello scorso secolo alcuni archeologi, data l'esistenza della leggenda, hanno esplorato questi mausolei per scoprire se sorgevano su tombe arcaiche, il risultato però è stato solo un'urna vuota e da qui hanno concluso che la tomba altro non è che una costruzione commemorativa.
Chiesa e convento di Santa Maria della Stella
La chiesa di Santa Maria della Stella sorge al di sopra delle catacombe di San Senatore, sul lato destro della via Appia Antica, proprio davanti alla tomba degli Orazi e Curiazi.
La storia della chiesa inizia quando nel 1561 Cristoforo e Domenico Savelli donarono ai carmelitani la piccola cappella, forse di origine paleocristiana, al di sopra delle catacombe. Nel 1621 fu ampliato il convento e nel 1663 i carmelitani diedero inizio alla costruzione della chiesa, la costruzione terminò nel 1687.
Nella facciata principale troviamo l'immagine miracolosa della Vergine, si racconta che un giorno un carrettiere ubriaco le scagliò contro un sasso il quale rimase miracolosamente infisso nel muro. All'interno, la chiesa, si presenta a navata unica con quattro altari laterali, in uno di questi c'è la tomba di Maria Teresa d'Austria morta di peste nel 1867.
Sull'altare maggiore si trova il quadro della Vergine con Bambino, il suo manto è ornato da una stella, dalla quale prende il nome della chiesa. L'altare maggiore è ornato da marmi policromi del '700 ed è di gusto barocco, come anche il resto delle decorazioni interne. Inoltre ci sono quattro statue di gesso sopra il muro che divide a metà il presbiterio; mentre sulla parete di fondo troviamo una magnifica rappresentazione dello stemma dei principi Savelli che sino al 1697 furono i signori di Albano Laziale.
Di fianco alla chiesa si trova il cimitero comunale, o Cimitero della Peste, con l'accesso costituito da un portale classico con colonne di granito e marmi bianchi, all'interno sono raccolte le spoglie di coloro che morirono di peste nell'epidemia del 1867.
Catacombe di San Senatore
Le catacombe di San Senatore sono ubicate lungo la Via Appia Antica al XV miglio da Roma sul luogo in cui preesisteva una cava di pozzolana di epoca romana. La riutilizzazione della cava come cimitero avvenne tra la fine del III e gli inizi del IV sec. d.C. come luogo di sepoltura dei martiri albani e della comunità cristiana albana, nata dai soldati della II Legione Partica Severiana.
La fama che godettero queste catacombe fin dal tardo antico era dovuta alla presenza dei corpi di santi e martiri come ricorda chiaramente il martirologio geronimiano. La catacomba Albana è la maggiore e la più importante tra quelle suburbicarie. Di particolare interesse sono gli affreschi della Cripta centrale: quello di sinistra con i santi albani e gli "sponsores" è datato IV-V secolo; quello centrale, con il Cristo Pantacratore tra la Madonna e S. Smaragdo, in chiaro stile bizantino, è stato datato tra l'XI e il XII secolo.
Nella Cripta cosidetta "minore", a destra di quella centrale, è visibile un terzo affresco realizzato su un fondo scavato nella roccia che raffigura Cristo tra S. Pietro, S. Paolo, S. Lorenzo e ignoto, datato fine V secolo.
Altri piccoli affreschi, tra cui un probabile ritratto del giovane San Senatore venuto alla luce durante gli ultimi restauri e alcuni interessanti reperti archeologici quali un tegolone con marchio di fabbrica di Caracalla e uno con "bollo" della Legione Partica, completano l'arredo delle catacombe albane ritenute il più grande cimitero suburbano finora conosciuto.
Sepolcro a tempietto
Questo elegante sepolcro, di cui rimangono i muri perimetrali, è visibile in Piazza Risorgimento all'interno di Villa Ferraioli. Il sepolcro è posto sul lato sinistro della via Appia, in posizione rialzata. La pianta, quadrata, misura 10 metri di lato e le pareti, ben levigate, con evidenti fori per le grappe che sostenevano una copertina di marmo, si elevano per 5 metri. All'interno della costruzione, che poggia su una elegante base modanata, vi è un blocco marmoreo che reca un'iscrizione funeraria frammentaria.
Museo Civico di Albano (Casino Benucci)
La sede del Museo Civico Albano si trova nell'edificio neoclassico di Villa Ferrajoli fatto costruire da Domenico Benucci nei primi anni dell'Ottocento.
Il Museo, fondato nel 1975, attraverso le 23 sale espositive disposte su tre piani e un parco archeologico annesso, è sicuramente il museo più importante dei Castelli Romani ed offre una raccolta di reperti che vanno dal paleolitico al primo rinascimento. Tra i reperti più importanti qui conservati si possono evidenziare quelli dell'antica età della pietra, associati a resti di fauna paleolitica di 300.000 - 30.000 anni fa, quelli dell'età del Bronzo medio e quelli relativi alla Civiltà Laziale che nel periodo più antico, quello Albano (XI - IX secolo a.C.) ebbe il maggior splendore. Testimonianza esemplare dell'età arcaica è il prezioso rinvenimento della testina policroma di un guerriero latino del V secolo a.C. Il periodo che va dalla repubblica alla prima età imperiale è invece documentato da oggetti votivi provenienti dai santuari arcaico-repubblicani della zona e da una serie di reperti relativi alla vita quotidiana, spesso molto curiosi e interessanti, esposti per tematiche. L'esposizione degli altri reperti raccolti documentano la presenza di importanti ville, come la villa imperiale che fu di Pompeo Magno dalla quale derivano numerosi reperti marmorei, tra i quali una pregevole statua femminile in marmo pario.
Nelle sale dedicate all'età paleocristiana, ci sono i reperti provenienti dallo scavo delle catacombe di San Senatore in Albano. Riproduzioni fotografiche degli affreschi, planimetrie e corredi funerari documentano l'importanza di tale ipogeo sepolcrale, unico tra le catacombe suburbicarie affrescate. Seguono le sale dedicate al successivo periodo medievale e rinascimentale, che offrono un inquadramento generale sulle vicende storiche turbolente che attraverso la potente casata dei Savelli giungono sino ai giorni d'oggi.
Villa Ferrajoli
Intorno al 1834 Domenico Benucci, su progetto dell'architetto Francesco Gasparoni, fece costruire su di un edificio del Seicento, un elegante Casino, l'attuale corpo centrale della villa di chiaro stile neoclassico. La villa, acquistata verso il 1845 dal marchese Ferrajoli, fu ampliata successivamente con altre due costruzioni laterali destinate rispettivamente a scuderia quella di sinistra e ad uso agricolo quella di destra. Con la sistemazione delle tre palazzine si giunse anche alla definizione del piazzale retrostante con la realizzazione di una fontana ad opera di Viti su disegno di Azzurri, artisti all'epoca attivi a Roma. L'ingresso principale della villa Ferrajoli è posto in asse con la Via Appia e, risultando il piano stradale più basso, l'elegante facciata appare rialzata ed incorniciata all'interno di una sapiente scenografia fatta di quinte verdi, in cui verdi pini si alternano a secolari magnolie. La facciata è mossa da un avancorpo centrale in forma di pronao tetrastilo, coronato da un frontone con un prezioso altorilievo dal tema mitologico agricolo in terracotta dipinta, opera del padovano Rinaldo Rinaldi. L'accesso al palazzo è costituito da due rampe di scale, addossate simmetricamente al corpo della palazzina, che immettono sul piano nobile. Tutte le volte e i soffitti degli ambienti interni erano decorati finemente: oggi purtroppo ne rimangono dipinte soltanto dieci. La decorazione pittorica della villa è opera di Giovan Battista Caretti, architetto, pittore e decoratore che lavorò per ben dieci anni al servizio del principe Alessandro Torlonia, per il quale decorò a Roma il palazzo in Piazza Venezia, oggi distrutto, e la villa sulla Nomentana. Il fantasioso spirito dell'artista si manifesta in villa Ferrajoli nella creazione di diversi motivi decorativi: stanze a grottesche, soffitti con finti lacunari ispirati all'arte classica e rinascimentale creando, come voleva il gusto dell'epoca, anche una sala gotica ed una egizia.
Porta Pretoria
Porta Pretoria è la più importante e monumentale dei quattro accessi di cui era fornito l'accampamento della Seconda Legione Partica. Il suo rinvenimento è avvenuto a seguito dei bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale che hanno riportato alla luce le strutture romane sino ad allora inglobate in un palazzo adiacente a Palazzo Savelli.
Rigorosamente costruita in opera quadrata, la Porta Pretoria è larga 36 metri e alta 14, costituita da tre fornici protetti ai lati da due avancorpi o torri rettangolari; si suppone che fosse articolata su due piani con rampe di accesso ai piani superiori fatte di legno. Anche le porte che chiudevano i fornici erano probabilmente di legno e del tipo a caditoia, con apertura e chiusura verticale azionata tramite argano. Il fornice centrale, il più largo, era destinato al passaggio dei carriaggi, della cavalleria e dei soldati in assetto di guerra, mentre i due fornici laterali erano riservati al passaggio dei pedoni. Sulla sommità della porta l'accenno ad una specie di corridoio fa pensare ad un camminamento per controllare l'accesso alle porte.
Il fronte rivolto verso la sottostante Via Appia doveva essere ornato da elementi architettonici e statue marmoree, di cui oggi si conservano soltanto alcuni frammenti. Dietro la porta, verso l'interno dell'accampamento, si possono ancora scorgere i resti dell'antica Via Pomeriale che doveva percorrere all'interno delle mura perimetrali, l'intero accampamento. Anche la Porta Principalis Sinistra (posta accanto all'ex ospedale di San Giuseppe) anch'essa rigorosamente costruita in opera quadrata, era costituita da tre fornici e da una posterula. Sono visibili ancora il fornice centrale, più largo dei due laterali, e quello laterale destro con la vicina posterula, entrambi tamponati in età medievale. Anche per questa porta la decorazione doveva prevedere lesene di marmo e decorazioni architettoniche in peperino.
Palazzo Savelli
Il palazzo, oggi sede del comune di Albano Laziale, fu fatto costruire intorno al 1200 da Luca Savelli, o dal figlio Giacomo, e sorge sulle rovine di una cisterna romana le cui navate, coperte con volte a botte, costituiscono il basamento dell'edificio. Costruito come fortezza lungo la via Appia, nel corso dei secoli si espanse occupando una vastissima superficie, inglobando l'area di Porta Pretoria e la chiesa di San Pietro, dietro alla quale era annessa la cappella della famiglia Savelli. Della rocca medievale sono visibili, oggi, le torri quadrangolari ai lati del palazzo e il corpo centrale costruito con blocchetti in peperino.
Nel 1600 furono eseguiti i primi interventi di ristrutturazione dell'edificio e nel 1602 divenne il palazzo residenziale dei principi Savelli dopo che gli stessi furono costretti a lasciare quello di Ariccia venduto ai principi Chigi. Il palazzo poi assunse l'attuale aspetto dopo il 1697, anno in cui i Savelli, gravati da debiti, vendettero il feudo di Albano alla Camera Apostolica e papa Benedetto XIV lo restaurò e lo ampliò così come è oggi. Il palazzo divenne in parte sede del governatorato e in parte residenza nobiliare per ospitare gli illustri ospiti del papa che sceglievano Albano come luogo di villeggiatura. Così nel 1773 il palazzo ospitò Giacomo III d'Inghilterra con la consorte, contessa d'Albany, ed il fratello duca di York, futuro vescovo di Frascati. Palazzo Savelli conobbe il massimo del suo splendore a partire dal 1774, anno in cui fu nominato vescovo di Albano il cardinale Francois Joachim de Bernis e nei saloni del palazzo venivano organizzate feste e ricevimenti ai quali accorrevano il fior fiore della nobiltà romana. Tra il 1780 e il 1791, durante i lavori voluti da Pio VI per l'ampliamento della via Appia, parte del palazzo fu abbattuta e nel 1870, dopo l'annessione del Lazio al Regno d'Italia, divenne sede del comune di Albano Laziale.
Palazzo Savelli ha oggi un aspetto molto sobrio in cui spicca un grande atrio con portico nel quale sono conservate alcune decorazioni di Porta Romana, l'antico accesso alla città disgraziatamente demolita nel 1908 per permettere l'accesso del tram. Dall'atrio, attraverso una maestosa scala, si arriva al piano nobile del palazzo in cui spicca il salone d'onore dove si conserva un soffitto a cassettoni riccamente decorato. Questa sala, sede nel passato di ricevimenti e di balli, è oggi usata come aula consiliare.
Piazza Costituente e Piazza del Re
Piazza Costituente è lo slargo antistante Palazzo Savelli, noto in passato come "Palazzo vecchio dei Re", e, quando l'edificio passò alla Camera Apostolica, la piazza fu chiamata Piazza del Palazzo Camerale. Piazza del Re, l'odierna Piazza Fagiolo, è lo spazio, già cortile dei Savelli, tra l'ex palazzo baronale e il "nuovo Palazzo Camerale" (o "Palazzo nuovo"), ora adibito a uffici pubblici. Questo edificio, unito a Palazzo Savelli da un cavalcavia, fu fatto costruire nel 1739 da Benedetto XIV, su progetto di Giandomenico Navone, per ospitare i figli del re d'Inghilterra, Giacomo III e, per questo motivo, lo slargo fu chiamato Piazza del Re. Nel centro della piazzetta vi era una fontana-abbeveratoio (la fontanella del Re) alimentata dall'acquedotto delle Cento Bocche che origina sul costone sud occidentale del Lago Albano. La fontanella fu rifatta nel 1867 su progetto dell'architetto Luigi Agostini e "riadattata" negli ultimi anni con il risultato che dell'originale è rimasta la sola cimasa in travertino con lo stemma comunale di Albano.
Palazzo Lercari o palazzo vescovile
Il palazzo vescovile, anche denominato Palazzo Lercari, venne fatto costruire nel 1727 dal cardinale Nicolò Maria Lercari, segretario di Stato di Benedetto XIII, nella prima metà del Settecento. Il palazzo, in origine molto più piccolo dell'attuale, fu edificato su un preesistente Casino del Seicento, di proprietà della famiglia Lercari, sulle rovine romane delle "piccole terme", sottostanti il complesso della Rotonda.
Il palazzo ospitò più volte il pontefice e nel 1757, alla morte del cardinale, fu donato alla Curia diocesana come residenza vescovile, in quanto fino ad allora la città era sprovvista di una residenza per il proprio cardinale vescovo e questo lo obbligava a risiedere presso abitazioni private quando visitava la diocesi di Albano. Il primo vescovo che risedette nel palazzo fu Francesco Scipione Maria Borghese che intraprese ingenti lavori di sistemazione dell'edificio che da allora ospitò i cardinali vescovi per sei mesi l'anno. Nel 1812, durante l'occupazione francese, il palazzo fu confiscato e messo all'asta, ma la cosa più grave che fu spogliato di tutti gli arredi e le opere d'arte che lo adornavano. Nel 1814 il palazzo ritornò in possesso della Curia e il cardinale Dugnani che provvide ad un radicale restauro dell'intero stabile, così come altre modifiche furono apportate dai vescovi che di volta in volta risiedevano nel palazzo. Qui nel 1867 morì il cardinale Lodovico Altieri colpito dal morbo della peste che decimò la popolazione di Albano con ben 442 morti. Il prelato passò tantissimo tempo al capezzale dei malati, consolando, confessando e benedicendo quelli che non ce la facevano, finché l'11 agosto del 1867 anche il cardinale Altieri si spense colpito dal morbo. Ospite di riguardo di Palazzo Lercari fu il musicista ungherese Franz Listz, tanto che nell'ottobre del 1879 fu nominato, con atto del cancelliere don Francesco Giorni, canonico onorario della cattedrale di Albano.
Il palazzo settecentesco, sicuramente uno dei più belli e meglio conservati di Albano, spicca per lo splendido portale d'ingresso sormontato da un elegante balcone. Di qui si accede nell'atrio che presenta decorazioni settecentesche in stucco e marmo bianchissimo. Nelle nicchie che ornano l'ingresso e l'accesso al cortile interno sono conservate quattro statue di età romana che raffigurano rispettivamente: Ercole, Meleagro, Hygieia e un Satiro. Di particolare rilievo anche la cappella interna consacrata il 5 giugno del 1729 da papa benedetto XIII.
Oggi Palazzo Lercari ospita il Vescovado e gli uffici curiali.
Esedra di Palazzo Lercari
Nel 1728, davanti al palazzo vescovile, l'architetto Raguzzini realizzò l'esedra, il cosiddetto "teatrino", con l'obiettivo di far acquisire allo stabile un respiro maggiore. L'esedra è sicuramente uno dei più caratteristici di Albano, con la sua forma a emiciclo, gli specchi di stucco ruvido, gli oblò bizzarramente incorniciati, l'alternarsi di riquadri di diversa foggia delle finestre. Per edificare l'esedra dove furono installati i servizi del Casino (le cosiddette "officine") il cardinale Lercari acquisì alcune proprietà antistanti il palazzo, composte per lo più da cantine e case diroccate.
Piazza Vescovile e Piazza Duomo
Piazza Vescovile è lo slargo a destra di Palazzo Lercari che in origine era un cortile privato acquisito dal cardinale Lercari per dare ampiezza al suo palazzo. Sulla piazzetta vi era uno degli ingressi del vecchio Seminario che qui rimase sino al 1836 quando fu trasferito nell'ex Palazzo Nunes Braschi in via S. Francesco. Più avanti, lungo via De Gasperi, s'incontra Piazza Duomo: sagrato della cattedrale di Albano. In questa piazza si arriva anche percorrendo via S. Pancrazio, la strada principale dell'Albano medievale, che collegava la cattedrale con il palazzo baronale. In passato su questo sagrato si ergeva l'Oratorio del Rosario, fatto edificare nel 1771 dalla Confraternita del S. Rosario e dei Ss Senatore e Innocenzo: i due santi nati nella città di Albano.
Cattedrale di San Pancrazio
La Cattedrale di Albano si fregia orgogliosamente del titolo di "Perinsigne Basilica Costantiniana" che le deriva da una concessione elargitale da papa Pio IX. Questo prestigioso riconoscimento trae fondamento dalla tradizione storica della Basilica che ebbe origine nella comunità cristiana albana, nata dai Legionari Partici tra il II ed il III secolo d.C.
L'attuale Cattedrale di San Pancrazio non va comunque identificata con quella fatta erigere da Costantino e intitolata a San Giovanni Battista, ma piuttosto con quella riedificata nello stesso luogo da Papa Leone III (795-815), dopo che un violento incendio distrusse completamente la precedente. Il luogo dove fu costruita l'antica chiesa costantiniana del IV secolo d.C., fuori le mura dei Castra Albana, rappresenta il crocevia tra la via proveniente dall'antica Lavinium (oggi Pratica di Mare) la sottostante via Appia Antica e la strada che conduceva al Tempio di Giove Laziale sul Mons Albanus (oggi Monte Cavo).
Sotto la Cattedrale, tra l'abside e il presbiterio, esiste una cripta di epoca non precisata, lunga 13 metri e larga 10 metri, probabilmente fatta per accogliere le reliquie dei martiri albani traslocate dalle Catacombe di San Senatore durante le invasioni saracene.
Le volte della Cripta sono a crociera con intonaco bianco; nella parte centrale poggiano su due file di colonne parallele, attualmente non tutte visibili a causa di murature sostruttive, riempimenti di terra e loculi tombali che la rendono quasi del tutto impraticabile.
L'aspetto attuale della Cattedrale deriva dal consistente reatauro portato a termine nel 1913 e ispirato allo stile rinascimentale, con vaste zone dorate, principale elemento decorativo dell'interno, dove sono custodite importanti opere pittoriche di Bernardino Gagliardi, di Aureliano Milani e di Jasper de Crayer.
Il campanile e la facciata della Basilica, che reca sulla sommità lo stemma del Cardinale Paolucci, Vescovo di Albano, sono dei primi anni del Settecento.
Piazza Pia
Piazza Pia, già denominata piazza Luigi Sabatini, è, storicamente, piazza principale della città. La piazza venne aperta alla metà del Seicento, quando sulle terre della duecentesca abbazia di San Paolo venne disegnato il "tridente di strade" di Albano Laziale, attorno al quale sorse il nuovo quartiere di borgo San Paolo, che si popolò di edifici monumentali come palazzo Rospigliosi e soprattutto palazzo Pamphilj. Al suo aspetto originario la piazza si presentava come un vasto manto erboso largo circa 55 metri per 75 e prese il nome di "prato delle Monache" dal convento delle clarisse (aperto nel 1631 e noto agli albanensi come "delle sepolte vive" o "delle monache Farnesiane"). La piazza era destinata, tra l'altro, all'annuale fiera del 12 maggio in occasione di San Pancrazio ed alle esecuzioni capitali; in particolare dopo la rivoluzione francese ospitò la ghigliottina, che venne collocata sul lato nord-est del quadrilatero erboso: lo storico boia dello Stato Pontificio, Mastro Titta, registrò nelle sue memorie che fu attivo ad Albano solo due volte in un settantennio, nel 1801 e nel 1856. Nel 1847, un anno dopo la visita ad Albano di papa Pio IX, la piazza ricevette il nome di "Pia" che conservò nella toponomastica ufficiale fino al 1870, ma che è rimasto ancora oggi fortemente radicato presso gli albanensi. Una nuova denominazione della piazza venne decretata dal sindaco albanense Pietro Feoli il 13 maggio 1883, che decise di intitolare la piazza a sé stesso in considerazione del dono da lui fatto alla città di una storica fontana precedentemente collocata nel suo palazzo, già palazzo Corsini, e fatta realizzare da Carlo IV di Spagna all'epoca del suo soggiorno ad Albano. Piazza Feoli tuttavia già nel 1897 cambiò nome in piazza Luigi Antonio Sabatini, poiché l'amministrazione accolse la proposta del maestro Cesare De Santis di dedicare l'area al compositore e musicista albanense Luigi Antonio Sabatini. Durante il fascismo la piazza venne intitolata al presidente del Consiglio dei ministri Benedetto Cairoli e dopo la seconda guerra mondiale è tornata la denominazione di piazza Luigi Sabatini, ma si è probabilmente generata una confusione tra il compositore settecentesco ed il quasi omonimo sindaco repubblicano Luigi Sabatini. Ad ogni modo dopo la risistemazione del 2006 la piazza è tornata alla denominazione di piazza Pia, che in effetti non le è mai stata tolta.
Piazza e chiesa delle Grazie
La chiesa di Santa Maria delle Grazie, da poco sconsacrata, è un luogo di culto cattolico di cui si ha menzione sin dall'anno 1203 con il nome di Santa Maria Minore tra le donazioni fatte da papa Innocenzo III al monastero di S. Paolo fuori le mura. Nel 1560 la chiesa venne affidata dal cardinale vescovo Giovanni Gerolamo Morone ai frati minori conventuali, che avevano anticamente la custodia della non lontana cattedrale di San Pancrazio. Sembra che la chiesa fu dedicata alla Madonna delle Grazie perché quando furono restaurati gli ambienti medievali fu trovata un'immagine della Vergine scolpita in bassorilievo su di una lastra di marmo. L'aspetto attuale della facciata è da ricondurre al restauro del capomastro Luigi Pilotti che iniziò i lavori nel 1827 per terminarli nel 1832 aggiungendo la bella scalinata con balaustri di travertino. La chiesa sconsacrata, è diventato uno spazio per eventi culturali e spettacoli organizzati dal Comune di Albano Laziale. Antistante all'ex chiesa si trova Piazza delle Grazie realizzata nel 1745 alzando un terrapieno che formava un collegamento tra Piazza Pia, la chiesa e il convento dei frati cappuccini.
Sagrato del Santuario di Santa Maria della Rotonda
Anche se la maggior parte degli albanensi quando cita questo luogo parla di Piazza della Rotonda, in realtà il sagrato è in via della Rotonda mentre la piazza è dietro la chiesa, là dove lo slargo si chiamava Piazza Vescovile. Comunque, questa piazzetta è in assoluto il luogo più caratteristico di Albano ed è per questo che diventa spesso lo scenario preferito per concerti musicali e/o corali. In questa piazza si aprivano gli ingressi del Seminario e quello della casa degli Scolopi che gestirono il Seminario fino alla fine del Settecento. L'attuale sistemazione della piazzetta risale al 1938 quando la chiesa della Rotonda venne completamente restaurata, decorticando, tra l'altro, la facciata realizzata nel 1878 dal pittore Plinio Bonomi.
Santuario di Santa Maria della Rotonda
La chiesa, forse il luogo di culto più rappresentativo della città di Albano, fu edificata sui ruderi di un ninfeo della grande villa di Domiziano che, dalla via Appia, sorpassando la dorsale del cratere, scendeva fino al lago e occupava tutto il territorio di Albano e di Castel Gandolfo. In mezzo a folti boschi e ai ridenti giardini esistevano alcuni edifici, costruiti per godere le delizie del mite clima e delle acque che sgorgavano dalle sorgenti di Palazzolo. Uno di questi era la "Rotonda" di Albano. In realtà il monumento ha la forma rotonda solo all'interno, mentre all'esterno ha la pianta quadrata con muri secondari che dimostrano la presenza di un edificio più vasto, di cui la sala rotonda occupava il centro. Il carattere di ninfeo è provato, oltre che dalla pianta, anche dalla presenza di vasche e fontane entro le 4 nicchie che interrompono il cerchio dell'aula nei quattro angoli corrispondenti al quadrato esterno. Il risultato è un piccolo "Pantheon" con la volta costruita a strati orizzontali, senza nervature né arcate, e un foro rotondo nel mezzo che aumenta la luce, mentre un pozzo nel centro del pavimento, fornito di un lungo cunicolo, convoglia le acque piovane verso lo scarico.
Quando fu edificato il Castrum, il ninfeo fu restaurato ed inglobato nel complesso severiano, ed adibito o ad uso termale, o a luogo di culto: la prima ipotesi sarebbe indotta dal pavimento a tessere musive bianche e nere con figure mitologiche, oggi collocato nel portico del santuario, la seconda da un'ara pagana di peperino e da alcune sepolture rinvenute duranti gli scavi archeologici del 1938. Dopo l'età severiana, la struttura fu usata come granaio o luogo di culto, prima della conversione ad uso cristiano databile all'VIII secolo. Un'antica tradizione indica, infatti, nel 768 l'anno in cui il ninfeo della villa di Domiziano venne consacrato al culto cristiano dopo che alcune monache greche, fuggite dalle persecuzioni iconoclaste, avevano raggiunto Albano portando l'immagine della Madonna con il Bambino. Mentre una epigrafe in caratteri greci rinvenuta durante i restauri del 1938 celebra la consacrazione del ninfeo al culto cristiano nell'anno 1060.
L'edificio conserva parte del pavimento originario in mosaico a tessere bianche e nere con figure di nereidi, tritoni e animali marini, un interessante lapidario e alcuni bassorilievi di epoca romana, oltre ad una serie di affreschi del XIII secolo, attribuiti al Cavallini di cui uno raffigurante S. Anna, la Madonna con il Bambino, S. Giovanni Battista, San'Ambrogio e orantie una serie sulla Storia della vera Croce, degli inizi del XIV secolo.
L'icona della Madonna della Rotonda che domina l'altare è stata datata dal Galieti tra l'XI e il XII secolo.
Mura del Castro Partico
In moltissimi punti dell'odierna città di Albano sono ancora oggi visibili lunghi tratti di mura, alcune torri e imponenti resti monumentali di edifici, le principali porte di accesso, alcuni tratti di strada basolata e di opere di urbanizzazione, nonché resti di edifici adibiti ad abitazioni e a magazzini, dell'antico accampamento della Seconda Legione Partica.
Il castrum fu fatto costruire intorno al 202 d.C. (presso il XV miglio della Via Appia) dall'Imperatore Settimio Severo per stanziarvi circa 6.000 uomini a lui fedeli dopo che a Roma scoppiò una violenta guerra civile. L'imperatore, allora, pensò bene di sciogliere temporaneamente la guardia pretoriana e di chiamare vicino Roma per la sua sicurezza personale e politica la Legio II Parthica, legione romana creata nel 197 per la (vittoriosa) campagna contro i Parti.
i Castra Albana seguono uno schema urbanistico rigoroso: si presentano come un grande rettangolo fortificato, dotato di quattro porte (praetoria, decumana, principalis sinixtra e principalis dextra), con gli angolo arrotondati e rinforzati da torrette circolari. Il perimetro della cerchia è di 1334 metri: il lato nord-ovest misura 434 metri, mentre il parallelo lato sud-est misura 437 metri, ed i lati corti misurano 224 metri quello a nord-est e 239 quello a sud-ovest. L'area complessiva si aggira di conseguenza sui 95.000 metri quadrati. Il lato meglio conservato del Castrum è quello sud orientale del quale rimangono resti di una torretta di guardia rettangolare e della porta principalis sinixtra, oltre al tratto più lungo di muro, conservato per ben 142 metri su via Castro Partico. La torretta di guardia è all'interno della proprietà delle Figlie di Maria Immacolata, mentre le antiche mura continuano come recinzione del cortile del liceo ginnasio statale Ugo Foscolo, e circa duecento metri più a valle si trovano i resti della porta principalis sinixtra, l'unica delle due portae principales di cui ad oggi siano visibili resti. La porta, considerata dall'archeologo Giuseppe Lugli uno degli avanzi più belli dei castra, consta di un unico fornice dove i conci si riuniscono ad incastro con i blocchi orizzontali del muro. Altri resti del Castrum si possono osservare in Piazza S. Paolo e èiù in basso verso palazzo Savelli.
Cisternoni
La grande cisterna dell'accampamento può senza dubbio considerarsi uno tra i più spettacolari monumenti di Albano e del mondo romano.
La cisterna fu progettata e fatta costruire dagli architetti (praefecti fabrum) della Legione per poter rifornire d'acqua l'accampamento e le abitazioni che gravavano intorno ad esso.
La pianta è pressoché rettangolare con i lati lunghi di 47,90 metri e 45,50 metri e quelli corti di 29,62 metri e 31,90 metri. La cisterna è stata realizzata in parte scavando direttamente il banco roccioso e in parte in muratura. La struttura interna è a 5 navate con volta a botte sostenute da 36 pilastri ed è rivestita da intonaco impermeabile (opus signinum) ed è scavata il più possibile nel peperino, per una profondità tra i 3 ed i 4 metri: l'altezza oscilla intorno ai 6.50 metri. Da alcuni elementi ornamentali rinvenuti nel 1830 e nel 1884 si suppone che almeno il fronte della monumentale struttura fosse ornata. Fino agli anni venti si conosceva un solo cunicolo di alimentazione per la cisterna, situato nel lato nord-est. In seguito l'archeologo albanense Giuseppe Lugli, ne scoprì un secondo, più antico, sullo stesso lato, che serviva la cisterna attraverso un complesso sistema a caduta. L'acqua arrivava ai "Cisternoni" dalle sorgenti di Malafitto e Cento Bocche che si trovano nei pressi del convento di Palazzolo. Ancora oggi risulta funzionante l'acquedotto delle Cento Bocche che alimenta un consorzio formato da 100 utenti.
La grande cisterna romana fu rimessa in uso nel 1884 dal Comune di Albano, ma per motivi di igiene ridotta ad uso di irrigamento nel 1912. L'importanza dei Cisternoni di Albano deriva non solo dalla loro dimensione, che permette di immagazzinare più di 10.000 m3 di acqua, ma soprattutto dal fatto che, dopo quasi duemila anni, ancora funzionano perfettamente, alimentati da condotte romane che captano le acque da sorgenti poste lungo i fianchi del cratere vulcanico del Lago Albano.
Chiesa e convento di San Paolo o di San Gaspare del Bufalo
La chiesa e l'annesso convento, situati al vertice del tridente urbanistico-rinascimentale di Albano, furono costruiti nel 1282 per volere del Cardinale Giacomo Savelli, poi Papa Onorio IV, su un fondo di sua proprietà e donati ai monaci di S. Guglielmo che vi rimasero fino al XV secolo.
Nel 1492 papa Alessandro VI Borgia vi stabilì i monaci "Girolamini cucullati" di S. Alessio in Roma. Questi rimasero ad Albano fino al 1810, quando Napoleone decretò la soppressione di tutti gli Ordini Regolari dei Dipartimento di Roma. Da quel momento non vi fecero più ritorno per il decadimento del loro Ordine. Nel 1821 la chiesa ed il convento furono donati da papa Pio VII Chiaramonti alla Congregazione dei PP. Missionari del Preziosissimo Sangue.
Dell'antica chiesa oggi non appare neppure la forma a causa della completa riedificazione voluta dal cardinale Marcantonio Colonna nel 1769. I lavori, finanziati dallo stesso prelato, furono affidati all'architetto romano Salvatore Casali. Solo il campanile, nella parte bassa, è ancora quello originario, con una grande finestra monofora ogivale e un secondo piano con quattro finestre bifore di stile romanico. La parte superiore, aggiunta in seguito, è invece intonata allo stile rinascimentale.
La facciata precedente, caratterizzata da un portico a tre archi, è stata sostituita da una sobria struttura appena profilata da lesene binate di ordine composito, mentre l'interno ad una sola navata, con volta a botte lunettata, mantiene le quattro cappelle laterali della costruzione originaria.
La prima cappella, dopo l'ingresso a sinistra, è dedicata a San Gaspare del Bufalo. In questo luogo fu sepolto il Santo dopo la morte avvenuta a Roma il 28 dicembre 1837. Nella seconda cappella si venera un bel crocifisso ligneo del XVII secolo. Nelle due cappelle di destra sono visibili: una tela raffigurante San Girolamo, dottore della Chiesa, avvolto in un manto rosso e una statua dedicata alla Madonna del Calice contornata da una raggiera di legno dorata, collocata nel 1808. Dal 1954 il convento è diventato Santuario di San Gaspare del Bufalo, fondatore della Congregazione dei PP. Missionari del Preziosissimo Sangue, e pertanto meta di numerosi pellegrini da tutta Italia.
Il fascino di questa chiesa è legato molto all'ampia e scenografica scalinata esterna che si raccorda, con un notevole effetto visivo, la piazza omonima sottostante e le tre strade che in essa convergono.
Tridente di Piazza San Paolo
La realizzazione del tridente di Albano come un insieme di tre strade rettilinee convergenti in un unico punto fu promossa dal cardinale Paolo Savelli, abate commendatario dell'abbazia di San Paolo, sfruttando le terre di proprietà dell'abbazia. Già dal 1282 il cardinale Giacomo Savelli, dal 1285 papa Onorio IV, aveva realizzato il complesso abbaziale di San Paolo, dotandolo di ingenti proprietà nel territorio albanense ed attorno al Lago Albano (come il pittoresco romitorio di Sant'Angelo in Lacu). Il tridente di strade si articolò come un'espansione urbanistica della città, finora ristretta orizzontalmente lungo il tracciato della decaduta via Appia Antica, che si innestava sull'attuale corso Alcide de Gasperi (il "corso di sopra" degli albanensi) e si sviluppava con tre strade che collegavano i punti strategici della città all'abbazia di San Paolo: l'attuale via Leonardo Murialdo la cattedrale di San Pancrazio, l'attuale via San Gaspare del Bufalo con il santuario di Santa Maria della Rotonda e l'attuale via Aurelio Saffi con la via Appia e, sbagliando di poco il tiro, con Palazzo Savelli. Il primo edificio costruito nella nuova espansione (il "Borgo Nuovo", oggi borgo San Paolo) fu un casino di campagna edificato dal cardinale Vincenzo Maculani, un ingegnere militare domenicano al servizio pontificio, t

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